Arriva Person Finder: così Google aiuta i dispersi

4 Mar

 

(da La Stampa, 3 Marzo 2011) 

Qualche giorno fa Google ha lanciato Person Finder, un’applicazione che permette di cercare (o segnalare) una persona scomparsa dopo il terremoto che ha colpito Christchurch in Nuova Zelanda. Appena siamo sul sito possiamo scegliere se avviare la ricerca di una persona o inserire il nome e cognome di un superstite del terremoto.

Il database online consente di ricercare un nome tra tutte le persone che, attualmente, risultano disperse in Nuova Zelanda. Al momento il numero delle registrazioni (sia nell’elenco delle richieste che delle segnalazioni) supera le 10.000. Google ha realizzato lo strumento di ricerca in collaborazione al Dipartimento di Stato americano che confida molto nell’aiuto dei navigatori telematici. Person Finder è stato progettato in maniera friendly, in modo da poter essere integrato in qualsiasi sito web o blog.

I familiari delle persone scomparse hanno in questo modo una possibilità in più di riabbracciare i loro cari e gli organi di soccorso una fonte alternativa di ricerca.

Non è la prima volta che Google offre il proprio aiuto a seguito di disastri naturali. Lo stesso Finder è stato utilizzato dopo il terremoto ad Haiti e molto probabilmente verrà implementato in aiuto ai dispersi di quello più recente in Cile. Per consentire in più largo raggio di azione, anche in mobilità, gli aggiornamenti in tempo reale di Person Finder vengono pubblicati su Twitter.

Meno conosciuto, ma ugualmente utile, il progetto del Ministero degli Affari Esteri italiano che, assieme alla Unità di Crisi, aveva lanciato a metà 2009 il sito “Dove siamo nel mondo.it” che permette a chiunque di segnalare sul sito o attraverso un sms e una telefonata, il viaggio che faremo in modo da consentire la creazione di un elenco degli spostamenti degli italiani nel mondo. Per una volta mettiamo da parte la privacy se stiamo andando in un luogo “caldo” del pianeta.

La riflessione è: viste le recenti vicende di cronaca, tali strumenti possono essere utilizzati anche in piccola scala? Il riferimento è all’aiuto della ricerca di persone scomparse, allontanate da casa, di cui non si sa più nulla. Una sorta di “Chi l’ha visto” più esteso sui social netwrok. Il rischio è quello di ricevere tante informazioni errate, come accade già adesso, ma il gioco vale la candela se c’è di mezzo una vita.

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Il giornalismo all’epoca del datamining

5 Ott

Journalism in the Age of Data di Geoff McGhee su Vimeo.

Journalism in the age of data è un documentario di ben 54 minuti realizzato da Geoff McGhee, un giornalista specializzato in multimedia e infografica.

Il documentario prova a fare il punto su come stia cambiando il giornalismo digitale che usa come meccanismo narrativo i dati e la loro rappresentazione grafica per raccontare una storia. Infatti come credo si possa immaginare, si possono raccontare e analizzare i fatti non solo con le parole ma anche con l’uso dei dati e delle rappresentazioni grafiche.

Un esempio è il famosissimo They Rule, che racconta gli intrecci del potere delle grosse corporations attraverso l’uso di mappe grafiche interattive di tipo social network.

Journalism in the age of data è possibile guardarlo nella versione annotata e divisa in capitoli presenti sul sito ufficiale del progetto.

(fonte: Tecnoetica.it)

The Social Network. Il film

5 Ott

Egocentrici, paranoici, megalomani: nello splendido ritratto di David Fincher, gli eroi della rivoluzione digitale, da Mark Zuckerberg (un eccezionale Jesse Eisenberg) a Sean Parker (il sublime Justin Timberlake), fondatori rispettivamente di Facebook e Napster, appaiono come personaggi in cerca di autostima e legittimazione. The Social Network, ricostruzione romanzata delle origini di Facebook nelle sale americane dal primo ottobre, è il Quarto potere del ventunesimo secolo.

Più che una storia, un’epica: i nuovi imperi della comunicazione sono fondati sul tradimento, l’inganno e la manipolazione, come del resto avevamo già appreso leggendo l’eccellente Accidental Billionairs. The Founding of Facebook A Tale of Sex, Money, Genius and Betrayal (2009) di Ben Mezrich, da cui Fincher e Aaron Sorkin hanno tratto diretta ispirazione. In un’era in cui “friend” è diventato un verbo, l’amicizia ha perso del tutto ogni valore, suggeriscono i due autori.

Nel mondo darwiniano di Zuckerberg e soci, solo gli scaltri sopravvivono: gli inventori dei social network sono persino più inquietanti dei serial killer di Se7en e Zodiac che, se non altro, hanno un’ossessione per gli esseri umani che manca del tutto al più giovane multimilionario della storia. Nel film di Fincher, la creazione di Facebook è descritta come il frutto della profonda misantropia e misoginia di un individuo incapace di stabilire il minimo contatto con i suoi simili.

Facebook nasce infatti come vendetta personale contro la ragazza che, nella prima scena di un film che si apre ad Harvard, nel 2003, lo definisce uno “stronzo”, senza mezza termini, la stessa ragazza che Zuckerberg umilia pubblicamente sul suo blog (Live Journal, R.I.P.). Secondo un’altra, una delle avvocatesse che lo difende dalle continue cause legali degli ex-partner, Zuckerberg “non è uno stronzo, ma fa di tutto per sembrarlo” (e ci riesce benissimo, va detto).

Il suo unico amico, Eduardo Saverin (Andrew Garfield), gli fa causa per seicento milioni di dollari dopo essere stato accoltellato alle spalle, metaforicamente. Il Zuckerberg di celluloide è un mix di autismo e ossessione compulsiva. Le sue battute ricordano quelle di Patrick Bateman, il mostruoso assassino partorito dall’immaginazione perversa di Bret Easton Ellis e interpretato da Christian Bale nell’adattamento di Mary Harron (American Psycho, 2000).

Se non altro, Bateman aveva stile, mentre Zuckerberg si muove per il campus in sandali e calzini bianchi, maglietta e felpa sdrucita, in cerca di vittime. Freddo e calcolatore, Zeta è uno dei personaggi più ripugnanti e repellenti dell’intera annata cinematografica. Nerd all’ennesima potenza mosso da un senso di profonda insoddisfazione, rabbia e frustrazione, Zuckerberg crea Facebook per ottenere quella legittimazione sociale a cui ha sempre anelato.

Ma The Social Network racconta una storia che va al di là del suo fondatore e del suo entourage: Fincher mette in scena una società vacua e amorale, neurotica e vanitosa, in cui l’autopromozione – online e nel mondo “reale” – rappresenta l’unica modalità di interazione possibile. Una società virale, nel senso di patalogica: gli eccessi della popolarità e del narcisismo digitale hanno contagiato ogni aspetto della nostra esistenza. Che il messaggio di Fincher sia condivisibile o criticabile è irrilevante. Il grande merito di  The Social Network è aver sollevato una serie di domande che cinquencento milioni di individui (e passa) non possono permettersi di ignorare.

(fonte: Wired Italia)

Un mondo senza Apple (infografica)

4 Ott

QR CODE. Come ti costruisco il bigliettino da visita 2.0

28 Set

Qualche tempo fa è esplosa la moda dei codice a barre QR, cioè di particolari derivati dei codici a barre presenti sui prodotti di consumo, ad utilizzo prettamente web. Un esempio era quello di utilizzare tali codici nelle cosidette campagne di “viral marketing” o “guerriglia marketing”, appiccicando per le strade della metropoli, su lampioni e muri, tali codici, per promuovere particolari serate in discoteca o ritrovi universitari e così via. Solo negli ultimi mesi, tali codici sono divenuti di utilizzo prettamente professionale. Il primo network ad utilizzarli in tal senso è stata la nota rivista “Panorama” che già da diversi numeri inserisce, tra gli articoli più importanti, tali codici in riquadri, che possono essere letti dai comuni telefoni cellulari, basta che abbiano una connessione internet, per poter aprire i contenuti esclusivi.

Poco tempo fa mi è venuta un’idea, pensando ad un bigliettino da visita che andasse “oltre” i soliti nome, cognome, email, ecc.. E ho pensato ai Qr Code naturalmente.

Ho messo assieme in questo modo, con l’aiuto dell’amico Michele Sabella, un bigliettino da visita “wired”, connesso alla mia identità digitale.

Nella foto che lo produce fedelmente potete notare i 5 Code che ho deciso di utilizzare per “costruire” il mio bigliettino. Accanto d ogni codice c’è l’icona del social network di riferimento. Con un qualsiasi telefono cellulare basta scaricarsi gratuitamente il lettore a barre della Microsoft, http://gettag.mobi, aprirlo e puntare per pochi secondi sul codice, così verrete reindirizzati al profilo corrispondente.

Un’idea semplice ma, almeno secondo me, innovativa perchè unisce, finalmente, la vita sociale “organica” con quella prettamente “digitale” che ci siamo costruiti nel tempo.

Un certo Van Dijk (noto sociologo delle comunità virtuali)  sarebbe fiero di tutto ciò.

Le informazioni che ho deciso di non “taggare” sono le classiche: numero di cellulare ed email, perchè ad alcuni potrebbe interessare solo quello. I più innovativi invece potranno prendere spunto dall’idea per crearsi i propri Qr Code. Non c’è limite alla fantasia dell’uomo.

Anche di questo sarebbe contento Van Djik.

Breve spiegazione dei QR CODE (Wikipedia):

Un Codice QR (in inglese QR Code) è un codice a barre bidimensionale (o codice 2D) a matrice, composto da moduli neri disposti all’interno di uno schema di forma quadrata. Viene impiegato per memorizzare informazioni generalmente destinate ad essere lette tramite un telefono cellulare o uno smartphone. In un solo crittogramma sono contenuti 7.089 caratteri numerici e 4.296 alfanumerici.

Il nome QR è l’acronimo dell’inglese quick response (risposta rapida), in virtù del fatto che il codice fu sviluppato per permettere una rapida decodifica del suo contenuto.

I codici QR possono contenere sia indirizzi internet, che testi, numeri di telefono, o sms. Sono leggibili da qualsiasi telefono cellularesmartphone munito di un apposito programma di lettura (lettore di codici QR, o in inglese QR reader).

La seconda era del blog.

27 Set

Roma – A dispetto dei soliti vaticini di sostituzione, che riguardano in genere tutti gli strumenti di comunicazione a nostra disposizione, una ricerca di eMarketer pubblicata la settimana scorsa racconta che, non solo i blog non sono ancora morti, ma il loro utilizzo sembrerebbe destinato ad aumentare, per lo meno negli USA, nel corso dei prossimi anni.


Si tratta di conclusioni sorprendenti rispetto ad una idea generale che riguarda non solo la generica capacità dei blog di influenzare il panorama informativo, ma che indica anche una tendenza che riguarda il numero di persone che scrivono un blog, quella nicchia di cittadini (in America circa uno su dieci) che partecipa con parole proprie alla composizione delle discussioni in rete.

Leggere i blog o scriverne uno sono oggi due attività molti distanti e vanno spesso riferite a persone diversissime. Per immaginare qualche valutazione sull’influenza dei blog, su chi siano davvero i loro lettori e su chi si prenda la briga di consultarli quotidianamente alla ricerca di informazioni, appare necessario intanto porsi qualche domanda su cosa sia un blog e su quali caratteristiche lo differenzino, per esempio, da un sito web informativo. Perché è evidente che i confini fra strumenti editoriali diversi si sono assottigliati nettamente negli ultimi anni, specie in USA dove, per esempio, esistono “blog” come Huffington Post che hanno oggi più lettori di storiche testate giornalistiche come il Washington Post.

Da questo punto di vista i dati di eMarketer sembrerebbero peccare di quell’eccesso di ottimismo che confonde la piattaforma di pubblicazione con le finalità editoriali dello strumento. Molto è “blog” oggi nel panorama informativo e comunicativo mondiale, molti nuovi soggetti si sono affacciati in Rete con prodotti informativi che hanno ottenuto grandi attenzioni e seguito, ma la definizione di “lettore di blog” è spesso complessa e non riassumibile nella semplificazione di una singola parola.

Molto più interessante il discorso sulla scrittura dei blog e sulla loro centralità nelle conversazioni. Da questo punto di vista nel corso degli ultimi anni abbiamo assistito ad un inevitabile spostamento delle discussioni dai blog (commenti e link reciproci) ad altri strumenti di condivisione di più vasta portata, come Facebook e Twitter. Le reti sociali sembrerebbero aver allontanato una quota di discussione da quei vecchi diari personali che un tempo chiamavamo blog, riducendo anche parte del fascino sociale che questi avevano per chi si dedicava alla loro scrittura.

Accanto ad un fisiologico effetto di addizione, abbiamo assistito ad una altrettanto evidente migrazione delle conversazioni dai blog verso i social network che sono oggi l’ambito dominante non solo di formazione dell’opinione, ma anche dello sharing informativo. Questo avviene fondamentalmente per ragioni di architettura: l’immediatezza di Twitter nella ridistribuzione delle segnalazioni, e la ampia diffusione di Facebook come piazza virtuale abitata da milioni di nuovi cittadini digitali che mai avevano aperto un blog e che solo occasionalmente ne avevano letto qualcuno, ha indebolito la centralità sociale dei blog e spostato altrove il ribollire delle discussioni.

Nello stesso tempo sembra di poter dire che molti di questi ambiti sociali che oggi richiedono la nostra attenzione non sono piattaforme altrettanto efficaci dei blog in termini di comunicazione strutturata, facilmente archiviabile e consultabile.

Se Facebook, Twitter o Friendfeed sono oggi il luogo del tempo reale informativo, quegli stessi ambiti sembrano essere, contemporaneamente, imperfetti servitori di una idea di costruzione organica del pensiero strutturato. Se la veloce battuta, il “like” alla vibrante campagna online o il rapido colpo d’occhio che quotidianamente dedichiamo alla nostra colonna di lifestreaming, non può esaurire la nostra capacità di maneggiare contenuti notizie ed opinioni ma solo potenziarne velocità ed ampiezza, questo significa che dovranno esistere (anzi, continuare ad esistere) altri luoghi della Rete vocati ad una sua più stabile organizzazione.

I siti web editoriali sono già da tempo in grado di rispondere a questa esigenza ed anche i blog personali, con tutti i loro limiti, hanno mantenuto intatta negli anni questa predisposizione alla lentezza del pensiero recuperabile. Scrivere un blog oggi significa, prima di tutto, partecipare ad una necessaria archiviazione dei pensieri, rubando tempo al veloce flusso di coscienza che è diventata oggi la regola della fruizione informativa ai tempi dei social network. Se questi spazi di raziocinio saranno destinati a mantenersi, nei prossimi anni, sarà certamente una buona notizia.

di M. Mantellini.

Back to the future (dei Social Media)

26 Set

I social media non sono innovazioni tecnologiche.
Sono comportamenti sociali declinati in forma tecnologica.
Sarebbero potuti esistere anche negli anni ‘50, declinati attraverso le tecnologie dell’epoca.
D’altra parte la prima – ipotetica – applicazione dell’ipertesto non è del 1947?

Godiamoci queste illustrazioni della campagna Everything Ages Fast creata per Maximidia 2010.

[infopusher: Illusion360 via Moma Propaganda]

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