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Oslo, la rivendicazione corre via Twitter

22 Lug

La notizia fa presto il giro del Web. La rivendicazione dell’attentato a Oslo spetta ad un’organizzazione jihadista chiamata Helpers of the Global Jihad. Un messaggio, confermato dalle autorità, che è stato pubblicato a ridosso dell’esplosione su alcuni forum. La parte centrale del messaggio afferma che “questo è solo l’inizio”. Il post, che si può trovare integralmente sul sito Jihadica,  è stato inviato da Abu Sulayman al-Nasir al forum “Shmukh” di jihadisti arabi. Shmukh è il principale forum in lingua araba che sostiene i jihadisti di Al-Qaeda. Da qualche ora è inaccessibile ma molti hanno già fatto in tempo a copiare il messaggio e postarlo su altri blog. Su Twitter l’argomento # Shmukh è balzato ai primi posti per essere il più citato dagli utenti. Si mobilita anche il resto del Web: su Google Earth le foto e i luoghi dell’attentato.

Combattere la malaria in tempo reale

12 Giu

Se i medici dei paesi in via di sviluppo potessero seguire l’evoluzione di un focolaio di malaria in tempo reale, potrebbero rapidamente circoscrivere la diffusione della malattia, rendendo sicure zone a rischio con zanzariere e sistemi di protezione adeguati. Ed è proprio questo l’obiettivo della partnership di Hp con Ping (Positive Innovation for the Next Generation), l’organizzazione mondiale che aiuta a trasformare le nuove tecnologie in strumenti di self care per paesi dell’Africa e di altre zone del mondo.
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Potere agli smartphone: le 5 ragioni del successo

7 Mag

Che si tratti di scaricare l’ultimo album dell’artista preferito o il numero del proprio quotidiano su iPad, gli utenti utilizzano sempre di più dispositivi mobili nelle attività quotidiane. Lo svela una ricerca di Mygazines sui contenuti utilizzati dagli utenti in mobilità. Le statistiche di accesso ad Internet dicono che ci sono più utenti che utilizzano un browser da iPad che da un Pc con sistema Linux, questo la dice lunga visto che Linux ha avuto 20 anni per sviluppare un utenza desktop, l’iPad poco più di uno. Ecco i motivi del successo dei contenuti mobili, secondo Mygazines.

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Adesso tutto cambia. Di nuovo. Ma anche no

4 Mar

Diciamocelo: la pietra miliare è stato l’iPad (1) e l’impatto che ha avuto sullo sviluppo digitale della società è, tuttora, ineguagliabile.

Seppur migliorato in tanti aspetti (anche se qualcuno dice pochi) la second coming non è la revolution che molti si aspettavano. Ma come si può migliorare un prodotto di per sè poco migliorabile? Ecco allora piccoli aggiustamenti, aggiornamenti hardware e software, e una più alta velocità di calcolo.


Qualcuno in Rete parla di delusione, chissà cosa si aspettavano, qualcuno parla di un iPhone 4 ma più grande. Tutte critiche fattibili. Fattibili per un non conoscitore dei fatti. l’iPhone 4 non ha un processore dual core A5, l’iPhone 4 non ha uno schermo Led con tecnologia Ips, l’iPhone 4 non ha l’uscita Hdmi, l’iPhone 4 non è l’iPad 2.


Se avete tempo leggete la storia della bicicletta, considerata da più parti il primo gradino dello sviluppo tecnologico. Prima una grande ruota anteriore, poi le rotelle di sostegno, poi il velocipide da corsa, le mountain bike e le super leggere. Una prima rivoluzione (come l’iPad) e tanti piccoli miglioramenti (come l’iPad 2) che non fanno clamore ma che, a mio personale parere, faranno vendere. E tanto.

Niente colpi di scena a San Francisco. La sorpresa semmai è stata un’altra. E’ stata vedere Steve Jobs sul palco. L’uomo delle rivoluzioni è ancora in piedi. Questo è l’importante.

QR CODE. Come ti costruisco il bigliettino da visita 2.0

28 Set

Qualche tempo fa è esplosa la moda dei codice a barre QR, cioè di particolari derivati dei codici a barre presenti sui prodotti di consumo, ad utilizzo prettamente web. Un esempio era quello di utilizzare tali codici nelle cosidette campagne di “viral marketing” o “guerriglia marketing”, appiccicando per le strade della metropoli, su lampioni e muri, tali codici, per promuovere particolari serate in discoteca o ritrovi universitari e così via. Solo negli ultimi mesi, tali codici sono divenuti di utilizzo prettamente professionale. Il primo network ad utilizzarli in tal senso è stata la nota rivista “Panorama” che già da diversi numeri inserisce, tra gli articoli più importanti, tali codici in riquadri, che possono essere letti dai comuni telefoni cellulari, basta che abbiano una connessione internet, per poter aprire i contenuti esclusivi.

Poco tempo fa mi è venuta un’idea, pensando ad un bigliettino da visita che andasse “oltre” i soliti nome, cognome, email, ecc.. E ho pensato ai Qr Code naturalmente.

Ho messo assieme in questo modo, con l’aiuto dell’amico Michele Sabella, un bigliettino da visita “wired”, connesso alla mia identità digitale.

Nella foto che lo produce fedelmente potete notare i 5 Code che ho deciso di utilizzare per “costruire” il mio bigliettino. Accanto d ogni codice c’è l’icona del social network di riferimento. Con un qualsiasi telefono cellulare basta scaricarsi gratuitamente il lettore a barre della Microsoft, http://gettag.mobi, aprirlo e puntare per pochi secondi sul codice, così verrete reindirizzati al profilo corrispondente.

Un’idea semplice ma, almeno secondo me, innovativa perchè unisce, finalmente, la vita sociale “organica” con quella prettamente “digitale” che ci siamo costruiti nel tempo.

Un certo Van Dijk (noto sociologo delle comunità virtuali)  sarebbe fiero di tutto ciò.

Le informazioni che ho deciso di non “taggare” sono le classiche: numero di cellulare ed email, perchè ad alcuni potrebbe interessare solo quello. I più innovativi invece potranno prendere spunto dall’idea per crearsi i propri Qr Code. Non c’è limite alla fantasia dell’uomo.

Anche di questo sarebbe contento Van Djik.

Breve spiegazione dei QR CODE (Wikipedia):

Un Codice QR (in inglese QR Code) è un codice a barre bidimensionale (o codice 2D) a matrice, composto da moduli neri disposti all’interno di uno schema di forma quadrata. Viene impiegato per memorizzare informazioni generalmente destinate ad essere lette tramite un telefono cellulare o uno smartphone. In un solo crittogramma sono contenuti 7.089 caratteri numerici e 4.296 alfanumerici.

Il nome QR è l’acronimo dell’inglese quick response (risposta rapida), in virtù del fatto che il codice fu sviluppato per permettere una rapida decodifica del suo contenuto.

I codici QR possono contenere sia indirizzi internet, che testi, numeri di telefono, o sms. Sono leggibili da qualsiasi telefono cellularesmartphone munito di un apposito programma di lettura (lettore di codici QR, o in inglese QR reader).

La seconda era del blog.

27 Set

Roma – A dispetto dei soliti vaticini di sostituzione, che riguardano in genere tutti gli strumenti di comunicazione a nostra disposizione, una ricerca di eMarketer pubblicata la settimana scorsa racconta che, non solo i blog non sono ancora morti, ma il loro utilizzo sembrerebbe destinato ad aumentare, per lo meno negli USA, nel corso dei prossimi anni.


Si tratta di conclusioni sorprendenti rispetto ad una idea generale che riguarda non solo la generica capacità dei blog di influenzare il panorama informativo, ma che indica anche una tendenza che riguarda il numero di persone che scrivono un blog, quella nicchia di cittadini (in America circa uno su dieci) che partecipa con parole proprie alla composizione delle discussioni in rete.

Leggere i blog o scriverne uno sono oggi due attività molti distanti e vanno spesso riferite a persone diversissime. Per immaginare qualche valutazione sull’influenza dei blog, su chi siano davvero i loro lettori e su chi si prenda la briga di consultarli quotidianamente alla ricerca di informazioni, appare necessario intanto porsi qualche domanda su cosa sia un blog e su quali caratteristiche lo differenzino, per esempio, da un sito web informativo. Perché è evidente che i confini fra strumenti editoriali diversi si sono assottigliati nettamente negli ultimi anni, specie in USA dove, per esempio, esistono “blog” come Huffington Post che hanno oggi più lettori di storiche testate giornalistiche come il Washington Post.

Da questo punto di vista i dati di eMarketer sembrerebbero peccare di quell’eccesso di ottimismo che confonde la piattaforma di pubblicazione con le finalità editoriali dello strumento. Molto è “blog” oggi nel panorama informativo e comunicativo mondiale, molti nuovi soggetti si sono affacciati in Rete con prodotti informativi che hanno ottenuto grandi attenzioni e seguito, ma la definizione di “lettore di blog” è spesso complessa e non riassumibile nella semplificazione di una singola parola.

Molto più interessante il discorso sulla scrittura dei blog e sulla loro centralità nelle conversazioni. Da questo punto di vista nel corso degli ultimi anni abbiamo assistito ad un inevitabile spostamento delle discussioni dai blog (commenti e link reciproci) ad altri strumenti di condivisione di più vasta portata, come Facebook e Twitter. Le reti sociali sembrerebbero aver allontanato una quota di discussione da quei vecchi diari personali che un tempo chiamavamo blog, riducendo anche parte del fascino sociale che questi avevano per chi si dedicava alla loro scrittura.

Accanto ad un fisiologico effetto di addizione, abbiamo assistito ad una altrettanto evidente migrazione delle conversazioni dai blog verso i social network che sono oggi l’ambito dominante non solo di formazione dell’opinione, ma anche dello sharing informativo. Questo avviene fondamentalmente per ragioni di architettura: l’immediatezza di Twitter nella ridistribuzione delle segnalazioni, e la ampia diffusione di Facebook come piazza virtuale abitata da milioni di nuovi cittadini digitali che mai avevano aperto un blog e che solo occasionalmente ne avevano letto qualcuno, ha indebolito la centralità sociale dei blog e spostato altrove il ribollire delle discussioni.

Nello stesso tempo sembra di poter dire che molti di questi ambiti sociali che oggi richiedono la nostra attenzione non sono piattaforme altrettanto efficaci dei blog in termini di comunicazione strutturata, facilmente archiviabile e consultabile.

Se Facebook, Twitter o Friendfeed sono oggi il luogo del tempo reale informativo, quegli stessi ambiti sembrano essere, contemporaneamente, imperfetti servitori di una idea di costruzione organica del pensiero strutturato. Se la veloce battuta, il “like” alla vibrante campagna online o il rapido colpo d’occhio che quotidianamente dedichiamo alla nostra colonna di lifestreaming, non può esaurire la nostra capacità di maneggiare contenuti notizie ed opinioni ma solo potenziarne velocità ed ampiezza, questo significa che dovranno esistere (anzi, continuare ad esistere) altri luoghi della Rete vocati ad una sua più stabile organizzazione.

I siti web editoriali sono già da tempo in grado di rispondere a questa esigenza ed anche i blog personali, con tutti i loro limiti, hanno mantenuto intatta negli anni questa predisposizione alla lentezza del pensiero recuperabile. Scrivere un blog oggi significa, prima di tutto, partecipare ad una necessaria archiviazione dei pensieri, rubando tempo al veloce flusso di coscienza che è diventata oggi la regola della fruizione informativa ai tempi dei social network. Se questi spazi di raziocinio saranno destinati a mantenersi, nei prossimi anni, sarà certamente una buona notizia.

di M. Mantellini.

Ecco il super software che prevede il crimine

3 Ago

(Repubblica.it)
LONDRA
– Anticipare il male prima che il male avvenga. Prevenire il crimine, bloccarlo invece che reprimerlo. “Pre-crime” potrebbe diventare una realtà: come in “Minority Report”, il film con Tom Cruise, la polizia arriva sulla scena del delitto prima ancora che il delitto ci sia stato. Il sistema esiste già, è stato inventato negli Usa e adesso viene sperimentato anche in Gran Bretagna: si chiama CRUSH (Criminal reduction utilising statistical history), ed è un sofisticato ma concettualmente semplice software, costruito dalla IBM, che i poliziotti di Memphis stanno testando da alcuni anni, e con cui adesso provano a lavorare anche i bobbies britannici.

Il software IBM prevede che i computer immagazzinino le informazioni sui delitti commessi, catalogando decine di “impronte” di ogni evento illegale, confrontandole con una serie di informazioni che vanno dai criminali conosciuti, al loro comportamento, alle soffiate degli informatori, magari alla videosorveglianza e persino alle previsioni del tempo (se piove di notte si rubano più auto). Su richiesta o autonomamente, il computer offre agli agenti le sue previsioni: di rapine, atti vandalici dopo una partita, possibilità che vengano rubate auto.

L’Observer di domenica ricordava che la tecnologia appartiene a quel settore in crescita dell’informatica che gli anglosassoni chiamano “predictive analytics”. I primi affari in questo business l’IBM li ha fatti con le banche e con altre industrie, investendo 11 miliardi di dollari solo negli ultimi 4 anni per sviluppare il settore. Ben 22 delle 24 più importanti banche commerciali al mondo e 18 delle 22 società di telecomunicazioni si affidano alla “predictive analytics” di IBM. Il salto nel settore della sicurezza non è quindi un azzardo: i poliziotti della “preanalisys” se anche non avessero sul tavolo tutti gli elementi per fermare un criminale prima che la sua pistola spari, potrebbero evitare azioni di teppisti, di hooligans, furti in casa e rapine in banca. Secondo il dipartimento di Criminologia dell’Università di Memphis, in città dal 2006 in poi c’è stata una riduzione del 31% del crimine in generale e del 15% dei crimini violenti. Soprattutto, il sistema ha rafforzato il morale degli agenti della polizia cittadina, permettendo loro di fare più arresti mirati, aiutando gli agenti a sentirsi sempre più protagonisti di azioni di successo.

L’articolo che anticipa l’esperimento della “pre-crimine” britannica è molto parco di notizie: i due corpi di polizia che stanno sperimentando il programma sono riservati, non vogliono creare illusioni e temono reazioni scettiche o dubbiose tra gli stessi detective vecchia maniera. “Ma guardate che il concetto è semplice”, dice Mark Cleverley, il capo delle strategie alla IBM: “La tecnologia offre ai poliziotti di fare meglio quello che hanno sempre fatto, solo che per anni si sono basati soltanto sul loro istinto, sulla loro esperienza”. C’è una sola avvertenza: il contesto, la scena in cui questo programma è applicabile deve già essere molto informatizzato: in America e Gran Bretagna da anni le polizie lavorano e raccolgono massicciamente dati con l’informatica. In Italia, dove le forze di polizia non riescono neppure ad avere radio che parlano fra di loro, la “pre-crime” per forza di cose sarà ancora affidata al fiuto del commissario Montalbano o del maresciallo Rocca. Anzi, l’informatica potrebbe servire a distribuire i casi con italico equilibrio tra polizia e carabinieri.