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The Social Network. Il film

5 Ott

Egocentrici, paranoici, megalomani: nello splendido ritratto di David Fincher, gli eroi della rivoluzione digitale, da Mark Zuckerberg (un eccezionale Jesse Eisenberg) a Sean Parker (il sublime Justin Timberlake), fondatori rispettivamente di Facebook e Napster, appaiono come personaggi in cerca di autostima e legittimazione. The Social Network, ricostruzione romanzata delle origini di Facebook nelle sale americane dal primo ottobre, è il Quarto potere del ventunesimo secolo.

Più che una storia, un’epica: i nuovi imperi della comunicazione sono fondati sul tradimento, l’inganno e la manipolazione, come del resto avevamo già appreso leggendo l’eccellente Accidental Billionairs. The Founding of Facebook A Tale of Sex, Money, Genius and Betrayal (2009) di Ben Mezrich, da cui Fincher e Aaron Sorkin hanno tratto diretta ispirazione. In un’era in cui “friend” è diventato un verbo, l’amicizia ha perso del tutto ogni valore, suggeriscono i due autori.

Nel mondo darwiniano di Zuckerberg e soci, solo gli scaltri sopravvivono: gli inventori dei social network sono persino più inquietanti dei serial killer di Se7en e Zodiac che, se non altro, hanno un’ossessione per gli esseri umani che manca del tutto al più giovane multimilionario della storia. Nel film di Fincher, la creazione di Facebook è descritta come il frutto della profonda misantropia e misoginia di un individuo incapace di stabilire il minimo contatto con i suoi simili.

Facebook nasce infatti come vendetta personale contro la ragazza che, nella prima scena di un film che si apre ad Harvard, nel 2003, lo definisce uno “stronzo”, senza mezza termini, la stessa ragazza che Zuckerberg umilia pubblicamente sul suo blog (Live Journal, R.I.P.). Secondo un’altra, una delle avvocatesse che lo difende dalle continue cause legali degli ex-partner, Zuckerberg “non è uno stronzo, ma fa di tutto per sembrarlo” (e ci riesce benissimo, va detto).

Il suo unico amico, Eduardo Saverin (Andrew Garfield), gli fa causa per seicento milioni di dollari dopo essere stato accoltellato alle spalle, metaforicamente. Il Zuckerberg di celluloide è un mix di autismo e ossessione compulsiva. Le sue battute ricordano quelle di Patrick Bateman, il mostruoso assassino partorito dall’immaginazione perversa di Bret Easton Ellis e interpretato da Christian Bale nell’adattamento di Mary Harron (American Psycho, 2000).

Se non altro, Bateman aveva stile, mentre Zuckerberg si muove per il campus in sandali e calzini bianchi, maglietta e felpa sdrucita, in cerca di vittime. Freddo e calcolatore, Zeta è uno dei personaggi più ripugnanti e repellenti dell’intera annata cinematografica. Nerd all’ennesima potenza mosso da un senso di profonda insoddisfazione, rabbia e frustrazione, Zuckerberg crea Facebook per ottenere quella legittimazione sociale a cui ha sempre anelato.

Ma The Social Network racconta una storia che va al di là del suo fondatore e del suo entourage: Fincher mette in scena una società vacua e amorale, neurotica e vanitosa, in cui l’autopromozione – online e nel mondo “reale” – rappresenta l’unica modalità di interazione possibile. Una società virale, nel senso di patalogica: gli eccessi della popolarità e del narcisismo digitale hanno contagiato ogni aspetto della nostra esistenza. Che il messaggio di Fincher sia condivisibile o criticabile è irrilevante. Il grande merito di  The Social Network è aver sollevato una serie di domande che cinquencento milioni di individui (e passa) non possono permettersi di ignorare.

(fonte: Wired Italia)

Cellulari e new media rinforzano la famiglia

20 Ott

Cellulari, SMS, email, social network e il Web in generale possono essere deleteri per la comunicazione tradizionale e non mediata in famiglia? Per rispondere a questo quesito, e alle implicazioni pratiche ad esso legate, un team di ricercatori universitari ha condotto un’indagine statistica per comprendere le dinamiche familiari alla luce delle recenti novità nel campo della comunicazione interpersonale. A sorpresa, la ricerca ha rivelato come i nuovi sistemi per rimanere in contatto abbiano rinsaldato sensibilmente i legami della “famiglia tradizionale”.

Pubblicata dal Pew Internet and American Life Project, l’indagine statistica ha coinvolto un campione di 2.252 persone, selezionate per essere rappresentative delle diverse tipologie di famiglie negli Stati Uniti d’America. Mentre circa il 60% degli intervistati ha dichiarato di non aver ravvisato sostanziali differenze dovute alle nuove tecnologie, il 25% del campione statistico ha rilevato come telefoni cellulari e comunicazione online abbiano sensibilmente rinforzato i rapporti interpersonali all’interno delle loro famiglie. Un dato importante per comprendere le correnti modalità di comunicazione e confronto all’interno degli attuali nuclei famigliari, specie se confrontato con l’11% degli intervistati, che hanno invece dichiarato di aver rilevato numerosi effetti negativi dovuti alla nuove tecnologie.

L’indagine statistica ha messo in evidenza come l’utilizzo dei telefoni cellulari e di Internet sia particolarmente diffuso nelle case degli statunitensi, senza sostanziali differenze dovute al livello di educazione, al reddito, al tipo di impiego e all’appartenenza a una particolare etnia. Il 94% degli intervistati ha infatti dichiarato di utilizzare con frequenza Internet, così come le coppie con figli hanno confermato nell’84% dei casi l’utilizzo della Rete da parte della loro prole.

Stando ai dati forniti dalla ricerca, in appena dieci anni i sistemi di comunicazione all’interno delle famiglie americane sarebbero cambiati sensibilmente per merito della tecnologia. I telefoni cellulari, per esempio, hanno portato a un contatto maggiormente diretto e continuato nell’intero arco della giornata tra coniugi, ma anche tra genitori e figli. Per il 47% degli intervistati, le nuove opportunità comunicative offerte dalla tecnologia avrebbero sensibilmente migliorato la qualità della comunicazione all’interno delle loro famiglie, mentre solamente il 2% ha ravvisato un decadimento della qualità.

Infine, anche i sistemi di intrattenimento offerti dal Web iniziano a rivestire un ruolo importante per l’unità e la comunicazione all’interno della famiglia. Lo schermo del PC inizia a sostituire in molti casi quello della televisione, aggregando intorno a sé i membri della famiglia, che condividono i contenuti in maniera più articolata e partecipativa rispetto alla fruizione passiva davanti al televisore.

Benvenuto Alemanno, addio Cinema

30 Apr

Così il Corriere della Sera si vocifera che con l’arrivo del nuovo Sindaco spariranno oltre ai salotti politici, anche gli avvenimenti culturali voluti dall’ex Veltroni:

La Roma «piaciona» e festaiola dice addio ai vertici in spiaggia Basta nomine decise a Capalbio, salotti snob verso il declino. E si prepara il congedo dalla Festa del cinema

ROMA — Addio per sempre, soffice e dorata Roma piaciona, salottiera, cinematografara, capalbiesca e sabaudiana, lontana anni luce dalle insicure periferie convertite ad Alemanno. La sconfitta chiude una stagione politico-cultural-mondana nata l’8 dicembre 1993 col primo insediamento di Francesco Rutelli in Campidoglio. Addio, un esempio tra i tanti, alla lunga catena dei Comitati organizzatori. Mai più si vedrà Giovanni Malagò animarne un altro come quello per le Olimpiadi 2004 a Roma: si insediò nel 1996 e il manager romano (storica concessionaria capitolina di Bmw, Ferrari e Rolls Royce) organizzò raffinatissimi ricevimenti per i commissari olimpici internazionali esibendo Sabrina Ferilli e Maria Grazia Cucinotta.

Piovvero proteste per i costi e per l’eccesso di glamour sexy: «Non vedo cosa ci sia di male nell’aver coinvolto cultura e spettacolo, erano testimonial». Il fatto che Roma poi venne sconfitta da Atene il 5 settembre 1997 con 66 voti contro 41 sembrò quasi un dettaglio. Era il ritratto del gusto di un’epoca durata quindici anni, la profezia dei tappeti rossi della futura Festa del cinema, la prova della fiducia ormai consolidata del centrosinistra capitolino per l’immagine e la ribalta. In questo humus affondò le radici la lista Beautiful per il Rutelli bis nel 1997 con l’inclusione della principessa Alessandra Borghese, ai tempi ben lontana da Pier Ferdinando Casini.

Addio per sempre all’efficacia politica di certi vertici al vino bianco sotto gli ombrelloni de «L’ultima spiaggia» di Capalbio ben più importanti di tante riunioni di partito: mettere insieme a una sdraio di distanza Fabiano Fabiani, Claudio Petruccioli, Furio Colombo ai tempi della direzione de «L’Unità», magari con l’aggiunta di Chicco Testa, poteva valere la presidenza di una fresca ex municipalizzata o un corposo giro di poltrone alla Rai. Blocchi di potere che, tra il berlusconiano palazzo Chigi e l’alemanniano Campidoglio, conteranno quasi nulla. E parallelamente avranno rilevanza zero (sempre per Rai, Campidoglio, universo del cinema) certe serate sotto la luna di Sabaudia, magari serviti ai tavoli del decantatissimo «Saporetti » spesso indicato come un «Fortunato al Pantheon» in versione estiva (fu lì che il 13 agosto 1996 Stefania Craxi insultò il candidato sindaco sconfitto per aver disonorato, secondo lei, la memoria di papà Bettino). Tra le dune ancora Rutelli, Malagò e poi ogni tanto Bernardo Bertolucci, passaggi di Fabio Mussi e qualche apparizione di Francesco De Gregori.

Altro addio. Nessuno sentirà mai più parlare di effetto Clinton per Francesco Rutelli né l’ex sindaco potrà più sbarcare a Manhattan (visita del giugno 1998) per proporre l’adozione dell’area dei Fori imperiali come simbolo del mondo da salvare. Le modelle del negozio Fendi a Manhattan impazzirono per lui («he’s so cute», è così carino). Ora tocca ad Alemanno, ed è già partita la gara per individuare un suo doppio internazionale come Bill fu per Francesco. La Roma piaciona e festaiola dovrà approntare un doloroso congedo dalla «sua» Festa del cinema. Chissà se Alemanno la abolirà o la affiderà, come si insinua, a Pasquale Squitieri. Il red carpet dei divi conoscerà le suole di altre scarpe. In quanto ai salotti romani, resisterà certamente (con alleggerimenti di ex potenti romani del centrosinistra) il fortino di Maria Angiolillo a piazza di Spagna. Prevedibile il declino di quello (non piacione ma progressista- snob) pilotato da Sandra Verusio di Ceglie che tempo fa dichiarò: «Quelli di destra sono maschilisti. Fanno ironia volgare. Pensano che il massimo della vita sia far fessi gli altri». Vallo a raccontare a chi ha portato Alemanno in Campidoglio.

Comunicare con le immagini – stessa medaglia, doppio gioco. Il caso “Reign over me”

9 Set

Alcune volte la comunicazione ci nasce da dentro; rappresenta un bisogno irrefrenabile di comunicare, di farlo in tutti i modi possibili…parole, musica, immagini, sogni.
Oggi il mio modo di comunicare scaturisce dalla visione di un film, una semplice sequenza di immagini su uno schermo.
Ci sono alcuni film che riescono a farte perdere la cognizione dello spazio-tempo, di quello che stai vivendo. Film che già sai, nel momento in cui stai guardandoli, di essere entrato nella storia perchè quel film, proprio quello davanti i tuoi occhi vincerà 10 Oscar e sarà il film dei film. Per Sempre.
Fortunatamente “Reign over me” non è uno di questi.
Dico fortunatamente perchè poi quei film, così gonfiati dal/del successo non riescono più ad essere loro stessi, si perdono, tra le anziane donne dei cinema di città.
Reign over me è invece uno di quei film da vedere al Cinema d’Essay in viale delle Province negli anni universitari. Uno di quei film che ti riconcilia con il cinema e con un tipo di regia minimalista (nelle spese), ma piena e quasi soffocante di sentimenti (in quello che riesce a rappresentare).
Reign over me è uno di quei film che ti fa avvicinare di più agli Stati Uniti d’America…uno di quei film che quando finisci di vederlo vorresti mandare indietro il Vhs (pardon il Dvd) per ricominciare a vedere cosa hanno combinato quei fanatici di Osama l’11 settembre 2001 nella vita e nei sentimenti di tutti gli americani.
Reign over me riesce quasi a COMUNICARE l’incomunicabile cioè: siamo americani, ci hanno ferito…ci potete aiutare a rialzarci (non a combattere) ?

Con questo post ho voluto solo farmi/farvi nascere una considerazione forse banale, ma in questo momento molto azzeccata.
La comunicazione è fatta di doppi.
Ci sono gli opinion leader che rappresentano sia il distributore che l’utente finale, ci sono di doppi flussi di comunicazione, ci sono il creatore e l’utente. Ma la comunicazione rappresenta un doppio anche negli intenti, non solo negli attori che la compongono.
Un film ha due diversi sbocchi comunicativi:

1. All’interno:
Il film comunica quello che il regista ha voluto rappresentare con le immagini
Il film comunica quello che le immagini rappresentano per il nostro sub-strato psico-sociale

2. All’esterno:
Il film comunica al mondo il pensiero che il regista, quale componente di vari gruppi sociali, ha (o vuole far credere di
avere), riguardo diversi conglomerati di situazioni.
Il film vuole che gli spettatori comunichino quello che il film ci ha lasciato, consendo alle idee dell’autore di rimanere
in vita, dopo il “the end”, dopo l’uscita dalla sala, dopo il rientro a casa.

La comunicazione è doppia, negli intenti, negli attori, nelle modalità.
Attore e astante. Sole e luna. Testa e croce.

reignoverme.jpg

On my stereo: The Who – Love reign over me (appunto)