Facebook, un fenomeno tricolore

Nell’era degli internet addicted, del 2.0, dei social network può capitare anche questo. Può capitare che un applicazione creata da uno sbarbatello susciti grande, grandissimo clamore in tutto il mondo, ma che in Italia spopoli solo dopo un bel pò. La mia registrazione a Facebook risale all’autunno 2006, e ammetto (scommetto che la maggiorparte di voi è nelle mie condizioni) che lo sto usando più negli ultimi 2 o 3 mesi che negli ultimi 2 anni. E’ cosi. Facebook ha fatto il botto in Italia, credo che la nostra nazione abbia il più alto grado di registrazioni nel breve periodo, considerando appunto che l’applicazione (il portale? il sito? la chat estesa?) è diventata “popular” nel nostro paese da nemmeno un anno. C’è chi questo fenomeno lo ha studiato, sia vivendolo personalmente, che dietro una cattedra universitaria. Si tratta del prof. Davide Bennato, professore di  Sociologia della Ricerca e dell’Innovazione presso la facoltà di Sociologia e Teoria e Tecniche dei Nuovi Media presso la facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza di Roma.
La sua ricerca dal titolo “Sociologia di Facebook, ovvero perchè Facebook ha cosi tanto successo”, analizza i principali motivi del successo di Facciadalibro in Italia, attraverso un modello esplicativo creato dal prof. stesso.

Ovviamente vi lascio alla lettura del documento QUI sperando che voi possiate riflettere su come, ogni cosa, anche nell’era di internet ha una spiegazione sociologica e non puramente casuale.

P.S. il paper non fa una grinza ed è ineccepibile, ma io sono di parte :-)

cheers

Cellulari e new media rinforzano la famiglia

Cellulari, SMS, email, social network e il Web in generale possono essere deleteri per la comunicazione tradizionale e non mediata in famiglia? Per rispondere a questo quesito, e alle implicazioni pratiche ad esso legate, un team di ricercatori universitari ha condotto un’indagine statistica per comprendere le dinamiche familiari alla luce delle recenti novità nel campo della comunicazione interpersonale. A sorpresa, la ricerca ha rivelato come i nuovi sistemi per rimanere in contatto abbiano rinsaldato sensibilmente i legami della “famiglia tradizionale”.

Pubblicata dal Pew Internet and American Life Project, l’indagine statistica ha coinvolto un campione di 2.252 persone, selezionate per essere rappresentative delle diverse tipologie di famiglie negli Stati Uniti d’America. Mentre circa il 60% degli intervistati ha dichiarato di non aver ravvisato sostanziali differenze dovute alle nuove tecnologie, il 25% del campione statistico ha rilevato come telefoni cellulari e comunicazione online abbiano sensibilmente rinforzato i rapporti interpersonali all’interno delle loro famiglie. Un dato importante per comprendere le correnti modalità di comunicazione e confronto all’interno degli attuali nuclei famigliari, specie se confrontato con l’11% degli intervistati, che hanno invece dichiarato di aver rilevato numerosi effetti negativi dovuti alla nuove tecnologie.

L’indagine statistica ha messo in evidenza come l’utilizzo dei telefoni cellulari e di Internet sia particolarmente diffuso nelle case degli statunitensi, senza sostanziali differenze dovute al livello di educazione, al reddito, al tipo di impiego e all’appartenenza a una particolare etnia. Il 94% degli intervistati ha infatti dichiarato di utilizzare con frequenza Internet, così come le coppie con figli hanno confermato nell’84% dei casi l’utilizzo della Rete da parte della loro prole.

Stando ai dati forniti dalla ricerca, in appena dieci anni i sistemi di comunicazione all’interno delle famiglie americane sarebbero cambiati sensibilmente per merito della tecnologia. I telefoni cellulari, per esempio, hanno portato a un contatto maggiormente diretto e continuato nell’intero arco della giornata tra coniugi, ma anche tra genitori e figli. Per il 47% degli intervistati, le nuove opportunità comunicative offerte dalla tecnologia avrebbero sensibilmente migliorato la qualità della comunicazione all’interno delle loro famiglie, mentre solamente il 2% ha ravvisato un decadimento della qualità.

Infine, anche i sistemi di intrattenimento offerti dal Web iniziano a rivestire un ruolo importante per l’unità e la comunicazione all’interno della famiglia. Lo schermo del PC inizia a sostituire in molti casi quello della televisione, aggregando intorno a sé i membri della famiglia, che condividono i contenuti in maniera più articolata e partecipativa rispetto alla fruizione passiva davanti al televisore.

Internet? Rende più intelligenti

Le ricerche sul web sarebbero un’utile palestra per il cervello di adulti e anziani

 

Le prestazioni intellettuali
di adulti e anziani che usano Internet sono migliori (Newpress)

Sarà poi vero che Internet rende più stupidi? Pare proprio di no, visto che una ricerca scientifica indica che le prestazioni intellettuali di adulti e anziani che navigano sul web migliorano e che il cervello viene positivamente stimolato dalle ricerche online, acquisendo migliori funzionalità. Pubblicata sull’American Journal of Geriatric Psychiatry, la ricerca è di Gary Small, dell’Istituto di Neuroscienze e comportamento Umano dell’Università di Los Angeles. «Le ricerche su Internet – spiega Small – richiedono una complicata attività cerebrale, e potrebbero aiutare ad allenare e migliorare le funzionalità del cervello».

RISONANZA MAGNETICA - Pochi mesi si è acceso un vivace dibattito su cosa significhi per il cervello l’era Google: il dubbio instillato da esperti è che le nuove tecnologie impigriscano la memoria e appiattiscano le nostre possibilità cognitive. Ma a giudicare da questo studio non è vero che Internet ci renda stupidi, anzi. Gli esperti hanno eseguito per la prima volta uno studio con la risonanza magnetica funzionale sul cervello di volontari tra 55 e 76 anni mentre questi navigavano sul web e facevano ricerche online; come test di controllo la risonanza è stata effettuata anche mentre leggevano un libro. Solo una parte dei volontari era già pratica di Internet. È emerso è che l’uso di Internet attiva aree cerebrali in più rispetto alla lettura, soprattutto aree frontali e temporali, sedi decisionali del cervello e fulcri del ragionamento complesso. A risentire più positivamente dell’uso di Internet erano i volontari già abituati ad usarlo: il loro cervello si attiva tantissimo, molto più che quello dei novizi per la prima volta ‘caduti nella rete. Secondo i neurologi, quindi, l’uso di Internet, con un pò di esperienza, può essere un buon esercizio per tenere allenato il cervello e migliorarne le performance cognitive.

La musica in cuffia fa diventare sordi

Dieci milioni di persone a rischio di danni all’udito. Allarme dalla UE, che propone nuovi limiti per il rumore

 

 

MILANO - Una persona su dieci, fra quelle che ascoltano la musica ad alto volume in cuffia per un’ora al giorno per cinque anni almeno, rischia una perdita permanente dell’udito. I dati arrivano da uno studio dall’Unione Europea e sono preoccupanti tant’è vero la Commissione Europea sta cercando di valutare se alcuni miglioramenti tecnologici dei vari riproduttori di musica possano minimizzare i danni. E ha chiesto a una commissione indipendente di studiare il fenomeno. I numeri europei di chi ascolta la musica in cuffia sono giganteschi: fra i 50 e i 100 milioni. La Commissione scientifica dell’Unione Europea, appositamente istituita per studiare i «Rischi per la salute di nuova identificazione», valuta che dal 5 al 10 per cento degli utilizzatori abituali di questi apparecchi, può essere a rischio di perdita dell’udito, il che significa fra i 2,5 e i dieci milioni di persone, soprattutto bambini e adolescenti.

I DECIBEL - Secondo le regole di sicurezza europee sono considerati pericolosi livelli attorno ai 100 decibel per i lettori di musica, ma alcune ricerche fanno ritenere che siano eccessivamente alti. I ragazzi però tendono ad aumentare il volume oltre i novanta decibel quando ascoltano musica in ambienti esterni, soprattutto cittadini, per neutralizzare i rumori del traffico e dei trasporti pubblici. Melena Kuneva, commissario europeo per i consumatori, ha commentato: «Molti giovani, soprattutto quelli che usano lettori di musica, ma anche cellulari, ad alto volume e per molte ore non sanno che possono danneggiare irreparabilmente il loro udito».

NOTTI INSONNI - Che il rumore eccessivo, da lettore di musica, da cellulare o proveniente da qualsiasi altra fonte sia davvero un nuovo rischio per la salute è ormai testimoniato da centinaia di studi. Peggio ancora se si tratta di rumore notturno, responsabile di notti insonni per moltissimi cittadini europei, soprattutto per quelli che abitano nelle grandi città. Il sonno è uno dei diritti fondamentali dell’uomo, secondo la Convenzione Europea dei diritti umani. E l’Unione Europea per tutelarlo ha appena condotto uno studio in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità su 12 Paesi europei (in Italia soltanto Firenze, Roma, Genova e Torino, su un totale di 13 aree metropolitane, hanno provveduto alla mappatura dell’inquinamento acustico) e ha compilato le Lineeguida sul rumore notturno per l’Europa. Queste ultime dovrebbero stimolare i governi a trarre indicazioni per modificare le legislazioni in materia.

LINEE-GUIDA – A proposito di danni per la salute del rumore, lo studio europeo ha evidenziato, per esempio, come un treno che passa vicino a un’abitazione fa aumentare fino a dieci battiti in più il battito cardiaco di una persona che dorme. Le lineeguida fissano poi una correlazione fra i livelli di rumore notturno e gli effetti sulla salute del sonno e sulla salute in generale. Fino a 30 decibel non si osservano sostanziali effetti biologici, tra 30 e 40 aumentano i movimenti del corpo, i risvegli e l’eccitazione. Tra i 40 e i 55 la situazione si aggrava con marcato aumento degli effetti negativi soprattutto sul sistema cardiovascolare nonostante le persone si adattino al rumore; oltre i 55 la situazione può diventare pericolosa. Ecco infine qualche riferimento per i decibel: il traffico diurno raggiunge 65 decibel e diminuisce di sette decibel durante la notte, mentre il passaggio di un treno in piena notte arriva a 80 decibel. Le lineeguida dicono che durante la notte non si dovrebbero superare i 30 decibel per garantire il riposo ai cittadini, un limite più basso rispetto a quello fissato qualche tempo fa.

G-phone è realtà (virtuale per ora)

un regalo per tutti voi…l’emulazione del Google Phone direttamente dal sito della TMobile !!!

Buon divertimento!!!

http://tmobile.modeaondemand.com/htc/g1/

Pubblicità Italiana: il report

OSSERVATORIO STAMPA FCP: GLI INVESTIMENTI PUBBLICITARI SULLA STAMPA IN AGOSTO

8 ottobre – Nella sezione Dati e cifre di Primaonline.it pubblichiamo la tavola dell’Osservatorio stampa Fcp – Federazione concessionarie pubblicità, con l’andamento del mercato pubblicitario su quotidiani e periodici nel mese di agosto (gennaio-agosto 2008). I dati sono confrontati con lo stesso periodo dell’anno scorso.

La tabella è corredata da un commento dell’Osservatorio che possiamo sintetizzare così: “Per i Quotidiani si è registrata una crescita dei fatturati della pubblicità commerciale locale ed un calo di fatturato della commerciale nazionale.I Periodici hanno evidenziato un andamento degli spazi in linea con il 2007 e in particolare sono aumentati i fatturati dei Mensili e si è registrata una diminuzione in quella dei Settimanali”.

Scarica il documento (xls):
● Osservatorio Stampa Fcp:
Il mercato pubblicitario di quotidiani e periodici in agosto

 

Nokia: l’uomo al centro

  • Dopo molti mesi di indiscrezioni ed attese, anche Nokia ha presentato il primo smartphone S60 dotato di tecnologia touchscreen: il Nokia 5800 XpressMusic.
    Il nuovo Nokia 5800 XpressMusic è un dispositivo mobile nato soprattutto per la musica che intende portare funzionalità innovative per il mercato di massa. Per offrire la migliore esperienza musicale, il Nokia 5800 XpressMusic sarà tra i primi dispositivi a supportare Comes With Music, il noto servizio della casa finlandese che offre un anno di accesso illimitato a tutto il catalogo Nokia Music Store.
    “Con il Nokia 5800 XpressMusic intendiamo collegare le persone tramite una cosa a cui ci sentiamo tutti legati: la musica”, ha detto Jo Harlow, Vice Presidente, Nokia. “Il modo in cui le persone apprezzano la musica è diversa nel mondo. Con questo in mente, il Nokia 5800 XpressMusic dà alle persone la libertà di sentire la musica che amano nel modo più adatto ai loro gusti.”

    Con il Nokia 5800 XpressMusic viene introdotto il ‘Media Bar‘, ovvero un comodo drop-down menù che permette la navigazione su più elementi in un spazio ridotto; grazie ad esso l’utente avrà accesso diretto alla musica e all’intrattenimento, compresi i brani preferiti, video e foto.
    Il ‘Media Bar’ offre anche un collegamento diretto al Web e alla condivisione on-line. Poiché il Nokia 5800 XpressMusic supporta i contenuti Flash, l’utente può navigare agevolmente in tutto il Web. Inoltre, il Nokia 5800 XpressMusic offre un equalizzatore grafico, 8GB di memoria in grado di immagazzinare fino a 6000 brani e supporto per tutti i principali formati di musica digitale e, naturalmente, non manca il jack da 3,5 mm. Gli altoparlanti stereo surround contribuiranno ad offrire un suono potente e di elevata qualità.
    “Essendo il primo dispositivo Nokia per il mercato di massa ad offrire la tecnologia touchscreen, il Nokia 5800 XpressMusic trasforma l”interfaccia utente’ in una ‘interfaccia umana’ che mette le persone al primo posto” ha spiegato Harlow.
     

    Il Nokia 5800 XpressMusic dispone anche di un fotocamera da 3.2 megapixel con autofocus, dual LED flash e lenti Carl Zeiss. Le immagini o i video, con un solo tocco di dita, possono essere condivisi attraverso Share on Ovi, Flickr o Facebook. Le playlist musicali possono anche essere condivise tramite la tecnologia bluetooth 2.0, MMS o condivisione on-line.
    Il Nokia 5800 XpressMusic supporta 60 lingue che coprono quasi il 90 per cento della popolazione mondiale. Dato che le persone usano i loro telefoni cellulari in modi diversi, il Nokia 5800 XpressMusic offre una varietà di metodi di input tra cui una tastiera alfanumerica virtuale, una tastiera virtuale QWERTY o il pennino, e per i veri appassionati di musica, un plettro.
     
    Ricapitolando, il Nokia 5800 XpressMusic misura 111 x 51,7 x 15,5 millimetri per 109 grammi di peso e presenta le seguenti caratteristiche tecniche: tribanda GSM/GPRS/EDGE e UMTS/HSDPA, ampio display da 3,2 pollici capace di riprodurre 16 milioni con una risoluzione di 360 x 640 pixel, fotocamera da 3.2 megapixel, piattaforma software Symbian S60 5th Edition, connettività Wi-fi e Bluetooth 2.0, 81 MB di memoria interna espandibile tramite microSD card (una scheda da 8GB è compresa nella confezione di vendita), modulo GPS e una batteria al litio da 1320 mAh che secondo la casa garantisce 17 giorni di autonomia in standby o 9 ore in conversazione.

    Il nuovo Nokia 5800 XpressMusic sarà disponibile nelle colorazioni black, red e blue e sarà commercializzato in tutto il mondo a partire dal quarto trimestre del 2008 con un prezzo al dettaglio stimato di circa 335 euro (270 euro, tasse escluse). Il Nokia 5800 XpressMusic con Comes With Music sarà disponibile all’inizio del prossimo anno.

cara Luciana, hai ragione…

Il cellulare ci ha cambiati. Lo dice Luciana Littizzetto, lo promuove Tre, quello stesso brand che se non ha rivoluzionato totalmente il panorama  dei gestori telefonici, ha almeno avuto il merito di segnare un forte cambio di rotta, portando una rottura rispetto al passato.

Niente più code alle cabine telefoniche, e si scrive anche meno. Modifiche nei comportamenti quotidiani dovuti al cellulare, e in un certo senso alla mancanza di tempo. Quello che si proclama assente è in realtà la mediazione, che prima scandiva ogni nostra singola azione. Per telefonare, dovevamo appunto metterci a caccia di una cabina; per scrivere, ci serviva una busta, la carta da lettere, e poi comprare il francobollo, imbucando per sperare in una risposta nel giro di quindici giorni.

Oggi, in due settimane ci mandiamo 200 sms, ma solo perché dobbiamo essere produttivi in ufficio tra un messaggino e l’altro, tra una e-mail e l’altra, tra un mms e l’altro. D’accordo, il cellulare ci ha cambiati, ma non è stato l’unico agente della dismissione di alcune pratiche una volta in voga.

Semmai, il cellulare è stato uno dei veicoli da utilizzare come motivazione, come pretesto, e anche come alibi. Ma in generale, se non fosse stata un’invenzione rivoluzionaria, alla lunga sarebbe finito sul fondo del cassetto più capiente della nostra casa, perso, dimenticato, caduto a sua volta in disuso.

Invece, la bontà del concetto ha consentito una diffusione feroce e uno sviluppo incredibile. Mi piace pensare che l’uomo non sia stato travolto dall’invenzione del cellulare, ma che piuttosto l’abbia incanalata nelle proprie necessità, favorendo un processo di nuove implementazioni e crescita tecnologica, stimolando le case a migliorare e a rendersi più competitive le une nei confronti delle altre.

Le possibilità di miglioramento sono passate in pochi anni da macro a micro, i prodotti rivoluzionari, per quanto riguarda la telefonia mobile, sono forse giunti al termine, ma i limiti non sono prevedibili, e quindi preferisco chiudermi dietro un neutrale“chissà”. Intanto, apprestiamoci a vivere un altro autunno incandescente, tra G-Phone, Xperia, e il primo Nokia completamente touchscreen.

Rivoluzionari come il primo cellulare? Difficile. Interessanti e meritevoli di attenzione? Sicuramente.

Marchi e nomi che contano

Best global brands‘ è una speciale classifica attraverso le quali vengono eletti i marchi più importanti dell’industria mondiale mentre ‘Forbes 400‘ raccoglie oramai da 27 lunghi anni i nomi degli americani più ricchi. In testa alle due liste appaiono il marchio Coca Cola e Bill Gates, quest’ultimo eletto l’uomo più ricco degli Stati Uniti per il quindicesimo anno consecutivo.

È difficile qualificare e quantificare il termine “miglior marchio”, motivo per cui Interbrand ha deciso di adottare una metodologia basata su di una formula in grado di esaminare i marchi non solo dal punto di vista dei guadagni generati dalla società a cui fanno riferimento, ma anche come punto di forza dell’azienda, nonché delle sue strutture e strategie. Il posizionamento all’interno della classifica può essere considerato il riflesso dell’economia globale, la quale diviene sempre più complessa, richiedendo alle aziende di proteggere maggiormente il loro marchio e di farlo crescere. La crisi dell’economia americana, la sempre maggior importanza dei mercati emergenti e l’enfasi sulla sostenibilità sono oramai divenuti elementi chiave per un buon posizionamento all’interno della lista, senza dimenticare come la chiave del successo risieda nella capacità di capire come il proprio brand crea valore, sia nei periodi floridi che nei periodi di recessione economica.

Per quanto riguarda gli americani più ricchi, oltre al sopracitato e immancabile Bill Gates, con una fortuna stimata in 57 miliardi di dollari (contro i 59 dell’anno precedente), appare al secondo posto l’investitore Warren Buffett con 50 miliardi di dollari (contro i 52 dell’anno precedente), seguito dal fondatore di Oracle Lawrence Ellison. «Il fatto che i ricchi non diventino più ricchi significa che l’economia è bloccata», spiega il responsabile della classifica di Forbes: «I crediti non sono stati estesi, c’è poca liquidità nei mercati e accordi non possono essere fatti, così l’economia è contratta».

Google, più black di quanto sembri…

 


Sarà che come dice il blogger-profeta della fine dei giornali, Jeff Jarvis, Google non occupa il mercato ma “è” il mercato. Sarà che questo mercato somiglia sempre di più al monopolio del lupo che trova che l’agnello che beve a valle gli sporchi l’acqua.
Certo in queste ore un po’ di agnelli hanno cominciato a protestare. E dei loro belati è all’ascolto quel pastore a volte distratto che si chiama Antitrust.

L’avvocato della Disney
E’ notizia di ieri che il regolatore americano ha appena assunto, come suo legale e istruttore di “accusa”, Sanford Litvack, ex vicepresidente della Disney. A Litvack è stato chiesto di occuparsi del predominio di Google sul mercato della pubblicità internet in relazione all’accordo di giugno tra “Big G” e Yahoo!, che porterebbe sì soldi a quest’ultima ma permetterebbe a Google di gestire tra l’80 e il 90% della pubblicità americana on line. Secondo molti l’ingaggio di Litvack significa che il regolare degli USA sta preparandosi a muovere uno di quelle battaglie antimonopolistiche che durano anni – casi precedenti, la AT&T e la Microsoft.

La protesta degli editori

Ed è sempre notizia di ieri che la Wan – World Association of Newspaper che rappresenta 18 mila giornali nel mondo – ha dato man forte all’azione americana e chiesto che anche l’antitrust europea intervenga sullo stesso.

Qual è la posizione degli editori: il loro comunicato è lungo, ma l’accusa è semplice: quell’accordo ci rende più difficile vivere ed essere indipendenti, perché sia spendere in pubblicità che venderne di nostra ci diventerà più caro. Molto più caro.

Come la televisione in Italia
Dite che somiglia maledettamente alla situazione del mercato pubblicitario italiano dove Rai e Mediaset, cioè la “televisione”, prendono la maggioranza assoluta della fetta pubblicitaria a danno degli altri mezzi?
Siete inguaribili ottimisti: è peggio di così.
Anche se nel nostro caso e per il momento si parla solo di pubblicità sul web, la quota che Google potrebbe raggiungere, grazie all’accordo con “il primo nome di internet” (Yahoo), è molto più alta di quella raggiunta dalla tv nel nostro paese.

Almeno questo è quello che sospetta un buon numero di tribunali statunitensi, che senza aspettare l’antitrust hanno aperto indagini sull’accordo di giugno. Tra questi quello della California, dove gli stessi portaparola del giudice specificano: “Qui si parla di mettere nella mani di qualcuno il 90% delle risorse”. Ora vediamo però di capire nel dettaglio.

Come funziona la pubblicità su internet
La pubblicità su internet si fa in due modi: mostrando una sorta di cartelloni, o “banner”, come ne vedete sul sito di questo giornale. In gergo si chiama pubblicità “display” e somiglia molto, in quanto a linguaggi e forme, alla pubblicità stampata sui giornali.

Poi c’è la pubblicità generata dai motori di ricerca, che prende la forma di brevi annunci con un link, nata in realtà con Yahoo! (con la società Ouverture) ma resa produttiva, vincente e in crescita veritiginosa da Google.

Viene venduta attraverso un meccanismo di asta da Google, sulla cui scarsa conoscenza sono state più volte sollevate critiche.

Di questo mercato Google possiede una quota che si aggira attorno ai due terzi, quota che in Italia sale fino oltre l’80.

Percentuali “bulgare”
Cosa accadrebbe se l’accordo con Yahoo! venisse approvato cos’com’è? Accadrebbe che la quota controllata da Google crescerebbe fino a percentuali che nel linguaggio politico italiano si chiamano “bulgare”. Conseguenze? Accadrebbero due cose, dicono gli editori della Wan:

- per i giornali diventerebbe sempre più difficile ottenere una parte di quella pubblicità;
- diventerebbe sempre più caro acquisire lettori con pubblicità sui motori.

Ohibò, strana affermazione, la seconda, non trovate? Eppure funziona così. Dato per scontato il primo punto – i giornali di tre quarti di mondo prendono soldi da Google attraverso una piccola percentuale sugli annunci che il motore colloca sulle loro pagine – il secondo riguarda la scelta dei giornali di investire in pubblicità su Google per farsi trovare da coloro che cercano notizie attraverso il “search”.

Cioè sono i giornali che, oltre a fornire contenuto a Google, lo pagano per riceverne i lettori. Una cosa abbastanza folle, ma questa è la realtà dei fatti.

La posta in palio: conoscere le regole
Chi non ha niente a che fare con il lato economico del web potrebbe trovare queste lamentele astruse, come le trova Jeff Jarvis, che dice che Google “è” il mercato.
Ma se Google è il mercato, e lo è sempre più, il punto è che in questo mercato nessuno sa niente di come funzioni, nessuno conosce le condizioni che fanno i prezzi, nessuno conosce le regole.

E’ come se in una partita di calcio le regole le facesse l’arbitro senza dirle ai giocatori – il che noi tifosi troviamo spesso che sia ciò che accade sui campi di calcio, ma questa è un’altra storia.

Un caso che fa paura
Stio esagerando? Provate a seguire la storia di Dan Savage che la dice lunga. E’ una storia raccontata giorni fa dal New York Times e segnalato per primo in italiano dal blog Cablogrammi.

Cosa è successo a Savage? Che con la sua impresa è passato da 100 mila dollari di utili al mese a zero nel giro di un batter d’occhio perché Google ha cambiato, aumentandoli brutalmente, i prezzi di vendita della pubblicità suo sito. E quando Savage ha chiesto chiarimenti, se li è visti negare.

Gli apologeti del web stiano attenti.
C’è sempre un apologeta del web pronto a liquidare gli editori perché sono dinosauri che vogliono fermare il futuro. Ma qui i giornali stanno solo chiedendo di partecipare al futuro sapendo però con quali regole gli si va incontro. Il clima per una decisione dell’antitrust è favorevole ma il processo rischia di durare gli anni che servono al lupo per ingoiare l’agnello.

Di positivo c’è che Google è cresciuta troppo per non far paura a tutta l’industria, quella dei media e non. Come scrive lo stesso Jarvis: “A noi americani piace il successo, ma non troppo successo”.